
Sono cresciuta a Cinisello Balsamo, nella parte di cintura metropolitana milanese forse più ricca di trasformazioni sociali e storiche. Da una parte la cultura contadina locale, cui appartenevano i miei nonni materni, che negli anni della crescita industriale, si è vista modificare completamente il contesto ambientale e divenire, suo malgrado, bacino di raccolta per la manodopera nelle fabbriche; dall’altra, il forte flusso migratorio dal sud Italia che ha portato alla sostituzione delle corti tradizionali con i palazzi multifamiliari e alla necessità di dover condividere degli spazi divenuti più ristretti tra persone di diversa estrazione sociale, culturale ed economica.
In tutto questo sono orgogliosa che nella mia famiglia mi siano stati trasmessi valori di solidarietà, collaborazione, partecipazione, e la tensione verso un bene comune come unica soluzione alla convivenza civile fra le persone.
Mio padre mi ha trasmesso la voglia di fare le cose per passione e non per senso del dovere, la dimensione della spiritualità e la ricerca di un significato più profondo nelle cose.
Mia madre, la ricerca della bellezza che abbiamo intorno, anche quando non si vede, e che si può creare o trovare nell’arte, nella letteratura, nel cibo, nella vita in generale.
Ho cercato di armonizzare questi loro insegnamenti cercando di non considerare la bellezza soltanto come una caratteristica estetica ma anche intrinseca.
È così che forse ho cercato la poesia anche nella miseria umana, facendo la psicologa.
Miseria umana, sia chiaro, è da intendersi in senso lato, come la parte della propria umanità più difficile da indagare e aiutare, a partire da sé stessi.
All’inizio di un’estate dei primi anni universitari, il parroco del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello, don Marcellino Brivio, che oggi è cappellano nel carcere di Opera, mi affidò un giovanissimo tossicodipendente in misura alternativa alla detenzione, che andava accompagnato al N.O.T. (l’allora Nucleo Operativo per le Tossicodipendenze, oggi SerD) tre giorni a settimana per seguire un programma terapeutico. Nessuno mi pagava per questo servizio, ma la maniera così semplice e ovvia con cui mi era stato chiesto di farlo, non mi avevano permesso di rifiutare o delegare ad altri la cosa. Solo successivamente ho capito che niente accade per caso.
Durante tutti gli studi universitari, mi sono dedicata al volontariato nel Commercio Equo e Solidale, con diverse collaborazioni occasionali per la Cooperativa Chico Mendes di Milano, e ho lavorato per una Cooperativa del quartiere Sant’Eusebio, la “Sammamet” di Cinisello, che aveva la finalità di accompagnare nel mondo del lavoro minori a rischio di emarginazione e devianza. Io li affiancavo nello svolgimento di lavori appaltati dall’Amministrazione Comunale, come la distribuzione di materiale informativo nelle caselle della posta.
Poi un giorno un’amica mi disse di aver conosciuto un tipo molto fuori dal comune che faceva il medico, girava con i sandali anche in inverno e viveva con la moglie e due figlie in una comunità d’accoglienza molto particolare che mi sarebbe sicuramente piaciuta.
Mi ci portò una volta a pranzo e fu così che conobbi la Cascina Contina di Rosate. Fu uno di quegli snodi fondamentali che cambiano la vita -tipo Sliding doors– perché di sicuro se quel giorno non ci fossi andata, la mia vita oggi sarebbe diversa.
Gli ultimi vent’anni della mia vita hanno dunque a che fare con questo posto, perché dapprima mi ci sono trasferita per poter scrivere la tesi di laurea (l’intento era quello della ricerca-azione, dell’osservazione partecipante, quindi scrivevo la tesi di notte, mentre di giorno coltivavo l’orto, pulivo gli animali, facevo le pulizie, cucinavo) e poi lì mi sono fermata, intraprendendo diverse attività all’interno e sul territorio circostante.
Per non dilungarmi sulla descrizione della realtà di cui parlo rimando al sito internet www.contina.it, perennemente in costruzione, anche fuor di metafora.
Sono cresciuta personalmente e professionalmente dentro a questo contesto. Ho resistito agli attacchi sistematici del fondatore carismatico, Cesare Bianchi, che da una parte criticava aspramente la presenza di personale “tecnico” all’interno della comunità, dall’altra sapeva di averne bisogno. Qui ho svolto ruolo di osservatrice, volontaria, educatrice, psicologa in tirocinio, psicoterapeuta e coordinatrice di Comunità; ho frequentato la scuola di specializzazione in psicoterapia sistemico-relazionale, ho insistito per aprire la comunità per minori adolescenti. Sul territorio ho collaborato a diversi progetti di prevenzione con gli adolescenti nelle scuole e nei contesti formali di aggregazione giovanile (le società sportive, gli oratori, i CAG che ahimè, oggi qui sono scomparsi).
Come professionista e terapeuta, non mi si può certo rimproverare di non essermi mai sporcata le mani.
Ad oggi, sono una libera professionista e svolgo attività di consulenza psicologica e di psicoterapia.
Ricevo in uno studio che mi sono ritagliata all’interno della Cascina Contina affacciato sulle risaie e i campi di mais che la circondano e svolgo attività interne ed esterne di consulenza, formazione, coordinamento e progettazione. Inoltre, coordino interventi di prevenzione nelle scuole del Distretto di Abbiategrasso e conduco lo sportello d’ascolto nelle scuole secondarie di secondo grado IIS Bachelet e CFP Clerici di Abbiategrasso.

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