Non si può sostenere di non possedere un’epistemologia. Chi lo sostiene ha semplicemente una cattiva epistemologia. 

  (Bateson, 1977)

Indirizzo sistemico-relazionale

L’approccio terapeutico di cui mi avvalgo trae riferimento dal Milan Approach della scuola sistemica che fu di Boscolo e Cecchin (CMTF) e quindi dall’epistemologia cibernetica di derivazione batesoniana.

Secondo l’approccio sistemico, ogni individuo è un sistema complesso in relazione continua con l’ecosistema circostante. I processi mentali, non sono concepiti dunque come confinabili entro un singolo organismo, ma sono da considerarsi proprietà emergenti dalle interazioni cui partecipiamo. Date queste premesse, si desume sia impossibile poter comprendere né tantomeno controllare tutto ciò che accade intorno a noi. Quello che si può modificare è il nostro modo di interpretare il reale, il modo di vivere le relazioni o di affrontare le difficoltà che a volte ci intrappola in schemi ripetitivi.

“I terapeuti che concepiscono la loro opera come un tentativo di correggere, sezionare o esorcizzare gli elementi nocivi, malati o folli dei loro clienti improntano il loro lavoro ad un’epistemologia lineale. L’epistemologia non lineale dà risalto all’ecologia, al rapporto e agli interi sistemi (…) si sintonizza sull’interrelazione, la complessità, il contesto. Quest’epistemologia alternativa si manifesta nell’opera dei terapeuti che considerano il loro rapporto con i clienti come parte del processo di cambiamento, apprendimento ed evoluzione”. (B. P. Keeney, 1983).

Di questo approccio mi appassiona in particolare l’attitudine irriverente verso tutto ciò che si presenta come risolutivo, direttivo o etichettante.

Gianfranco Cecchin ha dedicato molta parte del suo lavoro ad insegnare ai suoi allievi l’importanza dell’irriverenza verso il potere e il controllo di chi ha la pretesa di detenere il sapere di ciò che è sano e normale. Lavorare in un’ottica non direttiva, significa non lasciarsi sedurre del tutto da alcun modello di intervento, non innamorarsi delle proprie ipotesi (le ipotesi sono descrizioni di quel che si vede, non spiegazioni, quindi possono cambiare), procedere per falsificazione. Ma soprattutto credere nelle risorse sorprendenti delle persone, le quali non possono mai considerarsi prevedibili.

La diagnosi non deve servire a rassicurare il terapeuta per capire e controllare il disturbo di chi si trova in difficoltà e chiede aiuto, ma può essere utilizzata come una mappa per muoversi in un territorio sconosciuto e tutto da scoprire.

L’irriverenza verso il “potere”, quindi, è un atteggiamento mentale che consente al terapeuta di mettersi in gioco senza cadere nell’illusione del controllo, ma si può utilizzare anche nei confronti del paziente, per decostruire quelle narrazioni che lo vincolano entro schemi costrittivi e gli impediscono di ampliare i propri gradi di libertà.